Ciro Esposito – Il canto del Minareto – 100 giorni a Beirut

Ottobre 2013

Dodici ottobre duemila tredici, e come ogni dodici ottobre di ogni anno sto andando verso i miei due amici per la nostra partita a Monopoli.

Ci ritroviamo a metà strada, a casa del Berto.

Michi viene da Milano e già lo immagino sulla sua Mini percorrere il traffico della metropoli, deve sempre partire ore prima, e tutti gli anni è la stessa storia.

“Perché il prossimo anno non ci troviamo da me ?”

Queste saranno sicuramente le sue prime parole, la cosa potrebbe anche tornarci utile visto che è un ritardatario cronico, non dovremmo aspettarlo per la nostra solita partita a Monopoli, ma tutti gli anni dobbiamo spiegarglielo che primo, lui non ha il Monopoli e poi è giusto trovarci dal Berto che abita a Piacenza, esattamente a metà strada tra Milano e Modena, da dove provengo io.

Il mio è un viaggio più agevole di quello di Michi, provengo da una provincia relativamente piccola.

Il percorso lo faccio in moto, con Chatila, così chiamo la mia moto, evitando anche tutte le problematiche del traffico e prima di arrivare ho una tappa intermedia.

Tutte le volte mi dico: “questa volta non mi fermo”, e so che sto dicendo una bugia a me stesso.

Lungo il percorso, un pò dispersa nel nulla, c’è una piccola caserma, la vedo da lontano, ne si vedono le garitte mentre mi avvicino.

Lo sapevo, mi fermo esattamente davanti alla porta carraia, da dove riesco a vederne l’interno, esattamente nello stesso punto dove mi fermo ogni anno ripromettendomi di non farlo al prossimo. Ma è più forte di me, è un’attrazione viscerale non ce la faccio a tirare dritto, devo guardare dentro.

Un gruppo di soldati sta marciando nel cortile, ascoltando gli ordini impartiti da qualche ufficiale, e io ne rimango incantato.

Rivedo me e i miei due amici all’inizio, quando marciando, sbagliavamo i passi, cercavamo di sembrare a tutti i costi dei veri soldati ma i primi giorni non sapevamo nemmeno camminare con lo stesso passo.

Soldati? Tra noi e i veri soldati c’era di mezzo l’inferno, quell’inferno che non solo ci fece diventare soldati, ci fece diventare Guerrieri, è cosi che ci chiamarono alla fine, i Guerrieri della pace.

Ma durò poco quella sosta, riprendendo il viaggio per tornare dai miei amici.

Come al solito, Read more

Agosto 1983

Era un giorno di estate, facevamo parte del 26°battaglione bersaglieri dislocato a Maniago, un paesino vicino a Pordenone, tra le montagne del Friuli.

Quel giorno in caserma noi tre, stavamo giocando a Monopoli, ci piaceva questo gioco, ci aiutava ad ammazzare il tempo, che in caserma non passa mai.

Michi lancia i dadi , ma ad un tratto chiamarono un adunata generale speciale.

Solitamente l’adunata generale veniva fatta solo al mattino, all’alzabandiera, ma quel giorno la chiamarono di pomeriggio, e questo succedeva solo in occasione di un evento particolare, di fatto proprio di questo si trattava: un evento eccezionale.

Ci precipitammo giù per le scale, lasciando quei dadi sul tabellone, bisognava fare presto.

Ci riunimmo agli altri, giù nel cortile, ci inquadrammo e di corsa andammo verso il piazzale d’armi.

Ricordo ancora la marea di militari, che perfettamente inquadrati, occupavano il piazzale.

Arrivarono per primi i carristi, al passo, una camminata lenta, cadenzata, molto ordinata.

Quando i carristi furono inquadrati, Read more

12 ottobre 2013

Altro tiro di dadi, e un’altra pedina avanza sul tabellone, la casella da evitare era quella in cui si va in prigione e per uno strano colpo di fortuna si ferma una casella prima.

“ Il solito culo” dice Michi al Berto.

“Vi ricordate di Claudio?”

Claudio era un laureato in economia di Milano.

Era più grande di noi avendo fatto e finito l’università, aveva 27 anni e quel giorno aveva rischiato veramente grosso…………..

Agosto 1983

La tromba squilla la sveglia alle sei del mattino, come si stava bene in quella branda, era scomoda, traballante ma dopo un giorno di duro addestramento era quanto di meglio avresti chiesto, non importava se era scomoda e traballante, dopo un duro giorno di addestramento, diventava un letto confortevole, caldo di oro massiccio.

Alle sei del mattino ci svegliavamo, si faceva la fila in bagno solo per darsi una lavata di faccia con quell’acqua gelida e se non ti facevano fretta riuscivi anche a lavarti i denti.

Ci vestivamo, la prima uniforme che indossavamo ad inizio giornata era la tuta ginnica.

Un pantalone verde, una maglia verde e scarpe di tela da ginnastica ovviamente verde.

In quel posto era tutto verde, i nostri vestiti, i nostri automezzi, i nostri zaini, quelle maledette saponette………..tutto era verde, tutto uguale, tutto dello stesso colore a parte le tute da meccanico degli addetti alla distribuzione del rancio.

Ci si recava giù nel piazzale, Read more

Ottobre 2013

“L’avete più risentito Claudio?” disse il Berto.

“Si” risposi, ma ebbi una strana sensazione nel risentirlo, non voleva più parlare di quel periodo, era come volesse cancellare una parte della sua vita, era un rifiuto totale di una realtà che non gli apparteneva, il rifiuto di una realtà che per lui non può esistere, a malapena mi riconobbe, ma la percezione della sua voce tremante lo tradiva.

Tutti gli eventi erano cancellati, ma non noi e capì che per lui andare via dalla missione era come averci abbandonati al nostro destino, e le uniche cose che ricordava erano che quel giorno pioveva i nostri volti bagnati e i nostri occhi che lo guardavano salire su quella jeep che lo avrebbe riportato a casa , mentre ci passava davanti , con un timido gesto della mano ci salutò.

Tornerete tutti disse…….. certo, torneremo tutti e così che si dice per tranquillizzare qualcuno, ma in fondo non avevamo la sapienza per potere dire una cosa così grande, perché in fondo noi non sapevamo nemmeno cosa avremmo trovato laggiù.

Ma torneremo tutti, e questo che volevamo fare noi!

Agosto 1983

Continuava a piovere, quella notte per l’ennesima fottutissima volta suonò l’allarme, ormai erano due mesi che facevano suonare la sirena, ormai dormivamo vestiti, via solo le scarpe, appoggiate ai piedi del letto.

Eravamo diventati veloci nel recarci nel piazzale, eravamo passati dai cinque minuti dei primi giorni a trenta secondi dopo due mesi, dei fulmini.

Poco distante dalla caserma passava un fiume, solitamente in secca, Meduna, così si chiamava.

Ormai lo conoscevamo bene, avevamo passato giorni su giorni ad addestrarci in quel letto del fiume, ma mai di notte.

Ci dissero che lo scopo di questa esercitazione era per i piloti di carri la guida periscopica con raggi infrarossi, gli equipaggi, una volta raggiunto un punto prestabilito, dovevano scendere dal carro in movimento ed assaltare una postazione nemica. Doveva essere solo un esercitazione, ma quella notte non aveva le caratteristiche della semplice esercitazione.

Lo capimmo subito, Read more

Ottobre 2013

I dadi si riversano ancora una volta sul tabellone, la pedina avanza del valore uscito e si ferma sugli imprevisti, Michi raccoglie il cartoncino verde previsto dalle regole del gioco, rimanere fermo un giro, ecco il risultato di quel tiro.

“Certo, sarebbe stato bello rimanere fermo un giro anche in caserma vero?” ironizza il Berto.

Una risata, “ magari”, disse Michi.

Stare fermi un giro in caserma voleva dire passare una giornata tranquilla, senza allarmi ne servizi, come se per un giorno tutto quello che stava capitando non ci riguardasse, passare un giorno magari in giro per il paese, che non aveva gran che da offrire, ma c’era un bar, dove poter prendere un caffè, un cinema che dava l’ultimo film di Silvester Stallone, un campetto da calcio per fermarsi a guardare quei ragazzini correre dietro ad un pallone.

Noi quella casella, rimani fermo un giro l’abbiamo sempre saltata, non ci siamo mai fermati su quella casella, tranne nel gioco.

Noi non avevamo più orari, sballato tutto non c’era giorno ne notte, non c’era pranzo e cena, a volte era tutto invertito, colazione a mezzogiorno, cena alle tre di notte, pranzo quando eri sveglio, un giorno in quel posto durava centoventi albe, un susseguirsi di allarmi, esercitazioni, assalti, un susseguirsi di ore senza mai vederne la fine, perché i nostri giorni ormai non avevano più albe e tramonti, avevamo perso la cognizione del tempo.

Agosto 1983

Finalmente una giornata di sole, la giornata ideale in montagna, si vedevano le vette più lontane, l’aria era pulita e fresca, si stava bene a fare ginnastica quel giorno, gli esercizi erano diventati meno faticosi, forse era solo l’abituarsi a sforzi che ormai non sentivamo più, ma quel sole, quella mattina ci faceva stare bene.

Dopo aver fatto tutto quello che solitamente si faceva la mattina, dopo la ginnastica, dopo il cambio dei vestiti, dopo colazione io Michi e il Berto ci siamo fermati davanti alla bacheca dei servizi che era posta in quel androne al piano terra, e leggendo i nostri compiti ci scappò una risata.

Eravamo di servizio tutti e tre insieme, tutti e tre lo stesso servizio, era una giornata di sole ed era la giornata ideale per passarla tutti insieme, a lavare il corridoio con il sapone, quel corridoio a rombi ormai bianchi e arancio, a disintegrare le saponette verdi e vedere nascere la schiuma, tanta schiuma, che non sapevamo come togliere se non allagando il piano.

Ci recammo al piano di sopra, Read more

Ottobre 2013

Stavamo ridendo ricordando quel giorno, era un ricordo bello, che non avevamo mai tentato di cancellare e ci si ritrovava soprattutto per questo, per i ricordi belli, sereni che in alcuni frangenti ci hanno fatto vivere per l’età che avevamo.

Ma questi momenti erano rari, ecco perché li ricordavamo così bene, il più del tempo era dedicato alla preparazione per operare in zona di guerra, quella guerra che noi avevamo studiato solo a scuola, nel nostro immaginario c’era quel tipo di guerra non certo quella che avremmo trovato a Beirut, della quale noi sapevamo poco o nulla.

Era il mio turno tirare i dadi, il mio obbiettivo era prendere Parco della Vittoria, una delle due caselle dal colore viola, quelle che sul tabellone valevano di più, con un po’ di fortuna ci avrei costruito le case e poi l’albergo, e tutte le volte che ci sarebbero passati sopra avrebbero pagato dazio.

Volevo spennare Michi e il Berto, ma tanto sapevo che contro quei due non c’era scampo, facevano sempre così, mi lasciavano andare avanti nel gioco, poi quando decidevano, si coalizzavano e mi massacravano, finendo con lasciarmi senza un dollaro per proseguire, lo facevano tutti gli anni, e nonostante questo, nonostante sapevamo già come andava a finire, ci ritrovavamo sempre, ogni anno, a giocare sempre la stessa partita come se fosse la prima volta.

Il Berto si alza e estrae da un cassetto del mobile del salone una foto.

“ Che ne dite?” disse.

“ Non ci posso credere nemmeno la ricordavo questa foto” rispose Michi guardandola.

I suoi occhi lasciavano trasparire un emozione evidente, e la stessa cosa capitava a me e al Berto.

Avendo vissuto quel momento particolare insieme, era logico provare la stessa emozione nel guardarla.

La foto ci ritraeva insieme dopo una giornata passata al poligono militare, avevamo le armi tra le mani, gli elmetti slacciati proprio come dei veri guerrieri e un po’ lo credevamo.

In fondo era una mezza verità, certamente non eravamo più le persone arrivate in quel posto, ci avevano cambiato carattere, ora molto più tenace e duro, cambiati nel fisico acquisendo resistenza alla fatica, cambiati nel avere fiducia in noi stessi e nei nostri compagni, tutte cose che fino a quel momento non pensavamo minimamente di possedere.

Sullo sfondo della foto si intravedevano le montagne delle quali ne conoscevamo ormai molti segreti e le sagome da colpire ormai devastate.

Agosto 1983

La sveglia suona alle sei, ormai quel motivo suonato dalla nostra tromba lo conoscevamo bene.

Tutto era scandito dal suono della tromba, la sveglia, l’adunata, l’alzabandiera, il silenzio di sera tutto ma proprio tutto era dettato da quella tromba, ogni momento della giornata un motivo suonato diverso e noi li avevamo imparati tutti.

Ormai la fine dell’addestramento volgeva al termine, mancavano pochi giorni al ritorno a Maniago, da dove saremmo partiti per la missione, ancora pochi giorni, ma con la stessa intensità e la stessa fatica dei primi giorni che sembravano così lontani.

Quel giorno ci informarono, sarebbe stato una giornata dedicata alle armi, ed è per questo che ci recammo al poligono di tiro, tra le nostre montagne percorse decine di volte.

Ci divisero per squadre e a turni cominciammo le sessioni di tiro.

Ovviamente noi tre eravamo insieme, Read more

Ottobre 2013

Sospendiamo il gioco, Michi deve andare in bagno ma prima di avviarsi, raccoglie tutti i dollari finti che possedeva per il gioco e mettendoli in tasca esclama:” con voi due non si sa mai”.

“ Che minchione sei, sono dollari finti” disse il Berto.

“ Già sei proprio un bastardo, se fossero stati veri ti avremmo ucciso senza dovere aspettare il tuo bisogno del bagno, neanche fossi Onassis” , rincarai la dose.

Queste sono le nostre discussioni tutte le volte che ci ritroviamo.

Solitamente il giochetto è prendere di mira uno dei tre e rompergli le scatole fino a farlo scadere in imprecazioni e parolacce, e così divertente quando non sei tu la vittima…….

La discussione proseguì fino a quando Michi si chiuse in bagno ,avevamo esagerato e sapevamo che da li a poco sarebbe esploso nelle sue imprecazioni, e per sentirlo bene smettemmo di parlare.

“ Teste di cazzo, mi state sulle palle tutti e due, specialmente il Napoletano, (riferendosi chiaramente a me che sono nativo di Napoli) tu Berto non mi stai tanto sulle palle, tu sei proprio stronzo, non vi sopporto, quando esco da qua vi prendo a sberle……….”

Ci divertiamo a sentire tutte queste cose, e sappiamo che la prossima volta potrebbe toccare a uno di noi imprecare in quel modo, non c’è una regola, questa volta è toccato a Michi, e facciamo molta attenzione a non farci sentire ridere, perché l’incazzatura diventerebbe mondiale.

Uscito dal bagno ed esaurito un vasto campionario di gentil parole, Michi si reca fuori verso la sua macchina.

“Caspita se l’è presa stavolta se ne va a casa” e gli corriamo dietro.

Ma non entrò in macchina, aprì solo il porta oggetti del cruscotto e prese una piccola cosa che strinse nella mano.

Io e il Berto eravamo sulla soglia della porta, lui ci venne incontro, allungo la mano e ci mostrò quella piccola cosa estratta dal cruscotto.

“Paura che andassi a casa vero cazzoni?” ed entrò di nuovo in casa.

Noi due lo seguimmo e ci chiedevamo quante altre parole aveva studiato per noi, cazzoni poi……. non ce l’aveva mai detto.

Quella piccola cosa che ci aveva mostrato poco prima era una piccola bandierina italiana, di stoffa……………

Settembre 1983

Mancavano pochi giorni alla nostra partenza, eravamo rientrati dall’addestramento e vedevamo facce nuove in caserma, erano le nuove reclute, quelle arrivate da poco tempo.

Sapevano del nostro gruppo mandato per due mesi ad addestrarsi, non sapevano come comportarsi con noi, erano timorosi, ai loro occhi eravamo dei super uomini capaci di chissà quali gesta.

Ma erano sembianze, non eravamo super uomini, eravamo solo dei ragazzi affaticati, rasati a zero, con le divise consumate da quei due mesi di maltrattamenti, eravamo evitati da tutti per soggezione.

In quel frangente, noi non seguivamo i ritmi della caserma, noi a pochi giorni dalla partenza, avevamo programmi e ritmi diversi da tutti gli altri.

L’unico momento in comune era l’alzabandiera della mattina, in quel piazzale d’armi dove pochi mesi prima ci avevano scelti, quel piazzale così grande da poter contenere quasi mille uomini, mille uomini disarmati all’alzabandiera, tranne noi.

Noi in quei giorni Read more

Ottobre 2013

“ Oh Napoletano tocca a te, tira quei dadi, o vuoi fare notte?” esordisce Michi.

“ Stavo pensando idiota, adesso tiro” rispondo sorridendo.

“ Ma bravo, hai imparato anche a pensare? Hai sentito Berto, stava pensando il meridionale”.

“ Ma dai davvero? Che sorpresa e che pensavi? Rendici partecipi del tuo sforzo”, disse il Berto.

I due si erano messi d’accordo, era il mio turno imprecare, ma non gli diedi soddisfazione liquidandoli con “Ritentate, sarete più fortunati” e rimediando una manata in faccia da Michi.

“ Lo conosco questo giochetto, l’ho inventato io, e non mi fregate” dissi, e vendicando lo schiaffone ricevuto diedi una sberla sul collo al Berto.

“Ma che c’entro io” gridò il Berto

“ Tu c’entri sempre, siete stronzi uguali, e menare uno o l’altro a me non fa differenza, siete un corpo e un anima quindi uno stronzo solo, colpire uno è colpire tutti e due in una volta sola”………risposi al Berto

“ Ma che cazzo sta dicendo? Non ho capito una sega ci sta confondendo, Berto tu l’hai capito?”

“ Forse si, ma………Espò ma va a fanculo tu e un corpo e un anima, le tue filosofie fanno cagare, non si può parlare con te, ti prenderei a schiaffi” sbottò il Berto.

Quanto ci divertiamo noi tre, ce ne diciamo di tutti i colori ma siamo ancora tutti insieme, anche dopo 30 anni……..

“ Insomma vuoi dirci che pensavi con quella faccia da ebete?”

“ Pensavo a voi due santarellini, che dite di non essere coinvolti mai in niente, il vetro della caserma lo ricordate? Anche in quell’occasione non c’entravate nulla?”

“Certo, è stata anche colpa nostra, insieme ad un’altra quarantina di persone, compreso tu che eri di piantone”.

Il piantone è un servizio notturno che si faceva per sorvegliare le camerate mentre gli altri dormivano. Solitamente il posto del piantone era vicino alla porta di entrata che portava alle camerate, era l’unica persona sveglia di notte, pronta a dare l’allarme se capitava qualcosa, e dare la sveglia la mattina con quell’urlo odioso, “ Sveglia, giù dalle brande!”

Questo servizio si faceva con turni di due ore, per coprire le sei ore notturne si davano il cambio tre persone.

Era il servizio più noioso che potesse capitarti.

Ottobre 1983

Ormai era quasi mezzanotte e tutti erano a letto.

Il silenzio sanciva la fine della giornata alle 23.30, ancora qualche parola scambiata tra i letti a castello e le luci si spengono tutte insieme, era il momento dove calava su di noi quella malinconia di casa, degli amici che a quell’ora uscivano per andare a divertirsi e noi a quell’ora eravamo già in branda, erano le ferree regole della caserma.

Quella sera ero in servizio con il primo turno di piantone, quello che va da mezzanotte alle due.

Sono lunghe due ore da passare, al buio di quel corridoio lungo quasi 50 metri, sono lunghe due ore mentre guardi gli altri dormire passando dalle camerate per guardarne l’interno.

Ogni tanto ti mettevi a sedere vicino alla porta di entrata dove c’era anche il telefono che comunicava con la porta carraia della caserma, la dove le guardie si davano il cambio per sorvegliare il perimetro cinto da mura, sopra le garitte che sovrastavano qualsiasi cosa, tutto comandato dall’ufficiale di turno, l’ufficiale di picchetto.

E’ così che si chiamava chi comandava le guardie la notte,Read more

Ottobre 2013

Michi ricordava il Capitano lasciando trasparire dagli occhi una commozione particolare, comprensibile ne era l’autista personale.

Tutte le attività del Capitano erano seguite da vicino da Michi che ne era diventato quasi la sua ombra, ecco la sua commozione, ecco perché ci fermammo di giocare per un po’.

“ Dai facciamo una pausa, mangiamo qualcosa?” dissi.

Il Berto si alzo e si recò in cucina tornando con un salame e una bottiglia di vino delle colline Piacentine.

“ Michi taglialo tu” porgendogli il salame.
“ Come volete le fette spesse o sottili” chiese Michi

“ Che differenza fa” rispose Berto, “ lo dobbiamo mangiare mica esporre al Louvre, tu taglia e basta”

“Io apro la bottiglia” dissi, “ Michi come vuoi che la apra la bottiglia spessa o sottile?”

“ Espo ma vai a cagare…….”

Ed eccoci di nuovo ad insultarci, a contestarci qualsiasi cosa, è il nostro modo di volerci bene non riusciremmo a fare diversamente, non sarebbe la stessa cosa.

Ci siamo trascinati per tutti questi anni l’insegnamento di rimanere uniti, non ce lo siamo mai scrollati da dosso, ci vediamo una volta all’anno e riprendiamo esattamente da dove eravamo rimasti l’anno precedente, con la stessa voglia di burle da ragazzi di 19 anni.

Quando ci rivediamo facciamo un salto nel tempo, e riviviamo oggi quello che non abbiamo vissuto in quell’anno.

Ottobre 1983

Mancava un giorno alla partenza, la sera prima avevamo guardato il telegiornale, come facevamo quasi tutte le sere, volevamo vedere quel posto dove dovevamo recarci.

Il notiziario delle 20.00 cominciò puntuale, ancora una volta con servizi dal Libano, ancora una volta con immagini di una città ormai distrutta dai bombardamenti. Ne seguì un servizio della crono storia dall’inizio del conflitto.

Oltre alle varie vicende religiose politiche che ci interessavamo poco, descrissero, e noi ne venimmo a conoscenza in quel momento, la strage di Sabra e Chatila.

Centinaia di morti riversi in strada, centinaia di donne, bambini, anziani straziati in un selvaggio raid eseguito di notte, quando le persone sono inermi, quando le persone sognano, magari una vita più tranquilla, migliore delle bombe che ormai cadevano da mesi, con la sola colpa di essere gente Palestinese, un popolo perseguitato già all’origine della storia antica, costantemente in cerca di una terra dove sentirsi a casa.

Le immagini che mandarono quella sera ci gelarono il sangue, Read more

Ottobre 2013

Riprendiamo la partita dopo quella pausa fatta di salame e vino, per far riprendere Michi dal ricordo del suo Capitano.

E’ il turno di Michi, che si perde nei suoi auto elogi per essere in vantaggio nel gioco, ci vuole mortificare farci sentire dei pessimi giocatori, è fatto così, non è cattivo è stronzo.

“ Ciccio, vogliamo tirare i dadi o aspettiamo la prossima fumata bianca che annuncia un nuovo Papa?” disse il Berto

“ Calma” rispose, “ le cose si fanno con calma”.

“ Dai Berto, perché gli metti tutta questa fretta? Lo sai che lui ha abitudini uguali ad un Bradipo che dorme, non lo conosci ancora?”

“ Questa partita sarebbe già finita da un pezzo se lui non giocasse.”

“ Senza di me voi due sareste niente” disse Michi mentre lanciò i dadi.

La sua pedina avanza, Parco della Vittoria, siamo rovinati anche quest’anno Parco della Vittoria diventa suo, è destino farci spennare da Michi per colpa di quella casella viola, quella che vale più di tutte le altre, sulla quale al nostro passaggio avremmo lasciato dazio, non ci avrebbe fatto nessuno sconto, giocava per vincere.

“ Il Colonnello” esclamò il Berto facendoci sobbalzare dalle sedie, “ la nostra prima uscita a Beirut, eravamo con il Colonnello non ricordate?”

Difficile dimenticare la nostra prima uscita tra le strade di Beirut……….

Ottobre 1983

La mattina seguente al nostro arrivo dovevamo scortare il Colonello, che comandava l’intero battaglione, a fare una perlustrazione per la città, voleva rendersi conto di cosa fosse realmente Beirut, e niente fu meglio che recarsi personalmente sul posto per toccare con mano la situazione, per una più attenta valutazione

Ci chiamarono al mattino presto, Michi doveva guidare la jeep, il Colonello al suo fianco e Io e Berto di scorta sui sedili posteriori di quella jeep scoperta.

Fu la prima volta che indossammo i giubbetti antiproiettili, pesantissimi per l’epoca, fu la prima volta che i nostri fucili erano carichi di proiettili veri.

Poco distante dal campo c’era un minareto, con una torre che sovrastava la città, che scandiva in orari prestabiliti ilmomento della preghiera mussulmana.

Una litania incomprensibile per noi, Read more

Ottobre 2013

Il lancio dei miei dadi mi porta la pedina sula casella viola, Parco della Vittoria, quella che Michi aveva comprato poco prima, quella che vale di più.

Gli brillano gli occhi, vuole i miei dollari e non vedeva l’ora di potermi spennare.

Devo pagare 80 dollari e lui mi ride in faccia.
“ Mi lasci con soli 30 dollari, fammi uno sconto” chiedo.

“ In guerra, in Amore e al Monopoli non si fanno sconti” risponde.

“ Ma che bastardo sei” mi sostiene il Berto

“ Faglielo lo sconto, con quello che gli rimane farà al massimo solo 2 giri”

“ Non me ne frega niente, la casella dice 80 dollari e lui mi da 80 dollari”.

“ Eccoti 80 dollari, Berto chiudi il bagno e dai la chiave a me, se gli scappa lo mando a cagare in cortile e si pulisce con le ortiche, così con gli 80 dollari che mi ha spillato si compra una crema antinfiammatoria”

“ Grazie” dice Michi mentre ritira i soldi, non facendo una piega a quanto detto poco prima.

Le risate del Berto non hanno fine nel vedere con quanto calore ci scanniamo seppur per gioco.

E’ il turno del Berto, ma anche lui finisce su quella maledetta casella, deve pagare gli 80 dollari e non proviamo nemmeno una trattativa, lo scaraventiamo sul divano alle nostre spalle, l’aguzzino viene punito a suon di sberle e cuscinate ma nemmeno questo serve……il Berto deve pagare non prima di avere fatto una pausa.

Ci sediamo sul divano, e sorseggiamo del vino rosso già versato poco prima nei grandi bicchieri rotondi.

“L’avessimo avuto laggiù questo vino” dice Michi

“ Questo vino?” risponde il Berto, “laggiù a malapena avevamo l’acqua, i cartoni d’acqua che diventavano caldi alle prime ore del mattino, le borracce che ci portavamo sul fianco diventavano bollenti, ma era l’unica cosa che ci era dato da bere, altro che vino”.

Ottobre 1983

Il quinto giorno, era il quinto giorno che prendemmo servizio a Papa Bravo 3, in quella strada sterrata al buio della notte.

Dopo il coprifuoco le luci delle strade si spegnevano e a fatica riuscivamo a vedere le bandiere nere della fossa comune ad appena 70 metri.

Ogni tanto il faro del carrarmato alle nostre spalle si accendeva per illuminare il circondario, quello che avremmo dovuto sorvegliare, quello a cui nessuno era permesso accedere dopo il coprifuoco.

La nostra postazione era un semplice muretto, martoriato dai colpi di fucile, dietro il quale c’era una piccola buca dove noi c’eravamo posizionati, dalla quale sorvegliavamo le stradina interna al campo profughi.

La dovevamo dividere con i ratti, dei grossi ratti usciti chissà da quale fogna per rifugiarsi in quella piccola buca riparata dal muretto.

Gli altri due nostri compagni erano dalla parte opposta , Read more

Ottobre 2013

Mi alzo dal tavolo da gioco, ormai rimasto senza un dollaro per merito di Michi.

C’era riuscito, c’era riuscito ancora una volta, come succedeva da anni a farmi perdere quella partita, non c’era verso vinceva sempre lui.

Il Berto riusciva a resistere qualche giro in più ma anche lui contro il Michi era destinato a perdere, non c’erano tattiche, non c’era sistema valido, lui aveva culo e vinceva.

“ Berto, il prossimo anno facciamo sparire quelle casella viola dal tabellone, deve giocare senza Parco della Vittoria se vogliamo fotterlo”

“ Il prossimo anno giochiamo per telefono” rispose Michi, “ vi batto tutti e due anche giocando per telefono, ammettetelo che sono più bravo”

“ Tu hai solo più culo, hai una fortuna che fa schifo…….milanese del cazzo” scherzando il Berto.

Intanto che i due se le cantano io mi porto alla finestra, è quasi sera ed è uno spettacolo vedere dalla finestra di casa del Berto il tramonto sulle colline, quei prati che discendono verso la strada che porta al paese, i colori diventare sempre più tenui.

E’ bello il tramonto dalla finestra di casa, quasi un po’ malinconico.

Michi e il Berto finito di litigare mi raggiungono alla finestra, capiscono immediatamente, capiscono subito quel mio sguardo malinconico……..

Berto mi passa il braccio dietro al collo, come a volermi abbracciare, “ Fatima vero?” mi chiede.

“ Non riesco a perdonarmelo, ogni tanto torna e penso se solo fossimo andati a vedere, eravamo a trenta metri Berto perché non siamo andati?”

“ Non è stata colpa tua, e nemmeno mia” disse il Berto “ doveva andare così”……..
“ Allora perché siamo andati laggiù?”

Per la prima volta quel giorno ci fu silenzio, che ci vide tutti e tre guardare quel tramonto sulle colline dalla finestra di casa…………..

Ottobre 1983

Il quarto canto del Minareto ci vide di nuovo al posto di blocco di Shatila, a Papa Bravo3, ed erano le sei quando scacciando i ratti dalla postazione ci sistemammo per passare ancora una notte a sorvegliare la strada sterrata.

Ormai avevamo passato molte notti in quel posto, ne conoscevamo ogni avvallamento, ogni buca quasi ogni pietra.

Il Berto si era procurato in un cumulo di rifiuti una poltrona vecchia, quelle poltrone rivestite di velluto verde, strappata in ogni sua parte ma riteneva potesse fare al caso suo.

La sistemò nella buca, dietro il muretto che ormai non aveva più intonaco da quanto gli avevano sparato contro, e ne si vedevano i soli mattoni.

Diceva che fare la guardia seduto in poltrona non era da tutti, compiaciuto della sua nuova sistemazione.

“ Fare la guardia?” dissi io “ ma se dormi sempre, non so come fai a dormire con tutto questo casino, e con il pericolo che qualcuno salti fuori dal boschetto e ti tagli la gola”……….

“ Espo” disse sorridendo “ se non avessi te Read more

Ottobre 2013

Ormai era sera inoltrata, e non ci andava di tornare a casa a quell’ora, avevamo poco più di un ora di strada ma a Ottobre la notte è freddo per tornare indietro in moto.

“ Rimanete da me” disse il Berto “ dormiamo qui come ai vecchi tempi, c’è il divano e andiamo a prendere un materasso che metteremo qui vicino” indicando il divano.

Ci sistemammo così, come eravamo sistemati in quelle tende con la sola differenza che non c’erano ratti girovagare sotto le brande e nessuno sparo a tenerci svegli se non qualche macchina che passava sulla statale di fianco a casa del Berto.

“ Ti puzzano i piedi” disse Michi vedendomi intento a togliermi gli stivali.

“ Ma se ancora li devo togliere come fai a dire che mi puzzano i piedi” risposi

Eccolo, ci stava riprovando, voleva farmi incazzare a tutti i costi con quel giochino delle provocazioni.

“ Berto, non metterai mica il Napoletano vicino a me vero?”

“ Ma la volete smettere voi due, litigate sempre e vi mettete sempre uno di fianco all’altro” rispose il Berto ridendo.

Intanto Michi si era già sistemato sul materasso buttato in terra per l’occasione, poteva sistemarsi a destra o a sinistra secondo le sue abitudini, glielo avrei concesso……..al centro si era sistemato quel bastardo, voleva proprio la lite.

“ Spostati un po’, fammi un po’ di posto, non vedi che non ci sto se rimani cosi?” dissi mentre cercavo di sdraiarmi sul materasso già interamente occupato da Michi.

“ Tu dormi in terra io non ci dormo con te” disse con un chiaro intento provocatorio.

“ Ma vai a cagare idiota” spostandolo di peso e facendolo cadere dalla parte opposta.

“ Villano” mi disse “ sei un villano e pure stronzo”……

Ogni occasione era buona, ogni occasione era giusta per dircene quattro, ma a noi piace così, non saremmo noi se non fosse così…………..

Continuammo a parlare per ore, ricordando quei momenti, quei momenti che di notte diventano più intensi più vicini a quella brutta realtà che ci aveva visti protagonisti nostro malgrado.

Ottobre 1983

Eravamo appena smontati dal turno notturno al posto di blocco, Radio Italcon trasmetteva musica italiana.

La radio era stata aperta nei pressi di Cipro appositamente per il nostro contingente, era l’unica nostra distrazione in quei momenti che potevamo permetterci di rilassarci per un po’ di tempo.

L’ascoltavamo da uno stereo comprato al mercato nero di Chatila, ogni tenda ne possedeva una, tutte sintonizzate sulla stessa frequenza, la frequenza di Radio Italcon.

A Beirut, soprattutto di notte, si poteva comprare qualsiasi cosa, il mercato nero era in fermento in quelle ore, non c’era bisogno di cercare le persone giuste per comprare, si avvicinavano loro, ti offrivano di tutto, radio, macchine fotografiche professionali, stereo da auto, orologi e oro, erba e fumo perfino armi e sesso.

Sapevano che avremmo pagato in dollari, Read more

Ottobre 2013

Eravamo stesi su quel materasso buttato in terra per l’occasione, nel grande salone di quella casa accogliente, calda, tra le colline del Piacentino.

La finestra appena socchiusa lasciava passare un lieve vento fresco, ne eravamo stesi a poca distanza, ne potevamo sentire l’intensità, facendoci coprire con un lenzuolo dal quale se ne poteva scorgere solo i volti, facendoci tornare alla mente il freddo della vecchia finestra sul pianerottolo, aperta nelle notti insonni per guardare fuori, fuori da quella grata che non ci permetteva di mettere fuori la testa.

Guardare fuori il vecchio viale immobile al mattino presto, aspettando quella macchina che passava ogni giorno sotto la grata e che mai si era fermata per portarci via.

Richiusa per l’ennesima volta con tanta cura per non svegliare nessuno, rimanendo ancora qualche secondo per sentirla allontanare e rassegnarsi ad un’altra giornata in quel posto.

Le luci erano spente, proprio come sul pianerottolo, e attraverso la finestra si poteva guardare quel lampione acceso, che faceva filtrare la propria luce, creando nel salone una penombra tranquillizzante, un atmosfera piacevole.

Michi era sdraiato al mio fianco mentre il Berto si era sistemato sul divano in pelle proprio a ridosso delle nostre teste.

Era tardi ma non ci importava, quella sera non ci avrebbero spento le luci tutte insieme, non ci avrebbero suonato il silen

zio, dopo il quale non si doveva sentire una mosca volare, non avremmo dormito vestiti per fare presto ad uscire dopo la sirena d’allarme, eravamo a casa, nella tranquillità di casa nostra, ed ogni cosa era perfetta.

“Le foto, le fece sviluppare le foto il sotto tenente?” Mi chiese Michi.

“ Quali foto Michi?”

“ Ma si, le foto che il sotto tenente si fece fare sulle macerie dell’attentato al comando Francese…..”

“Si” risposi, “ ma avrei voluto prenderlo per il bavero quell’idiota” aggiunsi.

Una risata del Berto: “ Avrei voluto vedere la sua faccia quando ha visto quelle foto”

“ Io l’ho vista la sua faccia, incredula, non poteva credere che……….”

Ottobre 1983

Sedici ore, stavamo scavando da sedici ore in quel posto, al comando Francese, spazzato via da un Kamikaze che guidando un camion imbottito di esplosivo piombò su quella palazzina , provocandone il crollo totale e lasciando sotto le macerie una sessantina di uomini.

Erano sedici ore che tentavamo di tirarli fuori, e Pierre era stato appena estratto mutilato e morente.

Durante la pausa che mi sarebbe servita per fasciarmi una mano, lacerata nella frenesia dello scavo, per estrarre Pierre da quel cumulo di detriti che gli ricoprivano il corpo, mi si avvicinò il sotto tenete.

Voleva farsi fotografare sulle macerie.

Lo guardai incredulo, aveva la divisa nuova e non sembrava minimamente interessato agli scavi.

A dire il vero non lo vidi muovere una pietra, sempre vicino al nostro camion, sembrava avesse paura di trovare qualche cadavere.

Ecco perchè venne in quel momento,Read more

Dicembre 1983

Eravamo entrati nel terzo mese di permanenza a Beirut, ormai l’odore di calce vive sentita i primi giorni non si sentiva più, ne eravamo abituati e proprio non ci facevamo più caso.

Molte cose ormai per noi erano diventate “ normali”, gli spari in lontananza, le sirene di allarme, i giorni nei rifugi.

Ad una cosa non riuscivamo ad abituarci, al silenzio.

Il silenzio per noi era devastante, era il preludio agli scontri che puntualmente si verificavano preceduti da questo silenzio infernale.

Con il Berto prendemmo posto in quella buca, a Papa Bravo 3, sempre con le stessa gesta, scacciando i ratti e sistemando la poltrona raccattata in una discarica poco distante da noi.

Vedevamo le bandiere nere piantate nel terreno dietro di noi, sulla fossa comune, sventolare con più forza del solito.

Dicembre a Beirut è un mese strano, Read more

Ottobre 2013

Era ormai notte fonda quando il Berto si alzò dal divano e sparì per alcuni minuti senza dire una parola.

Io e Michi pensammo che stesse recandosi in bagno ma ci smentì quasi subito facendo ritorno con il Narghilè, quel strano marchingegno che ti permette di fumare tabacco filtrato e raffreddato dall’acqua.

A quella vista mi brillarono gli occhi e mi alzai per dare una mano nella preparazione di questo particolare modo di fumare, che non era altro che aspirare tabacco aromatizzato, spesso alla frutta, e raffreddato dall’acqua contenuta nella bolla di vetro sottostante al braciere.

Michi aveva smesso di fumare da tempo, ma io e il Berto no, e quella sera riprovammo quell’emozione di tornare ad usare il Narghilè, usato a Beirut nelle sere prima di uscire tra le strade della città, per farne ritorno solo la mattina seguente.

“Dai Michi fai un tiro” allungandogli quel tubo flessibile decorato con motivi orientali.

“ No! Lo sapete che non fumo più, ho smesso dopo Beirut e stò benissimo” rispose, “ non come voi due, siete rimasti ancora laggiù, voi due non siete mai venuti a casa dal Libano, e siete fuori come lo eravate allora”

“ Ma che cazzo sta dicendo Berto? Ma possibile che noi fumiamo e lui va fuori di testa?”

“ Che sia il fumo passivo a renderlo così paranoico?”

“ Lascialo stare” mi disse il Berto “ Non vedi che è diventato un bravo ragazzo?”

“ Si” dissi, “Proprio un bravo ragazzo , ma anche un po’ rompicoglioni e stronzo”

Michi mi colpì con uno schiaffone alla nuca…..

“ E paranoico”, cosi mi disse mentre mi colpiva, tornando ad appoggiare la testa sul cuscino.

Ecco, stava ricominciando quella zuffa per noi così normale, senza la quale non ci saremmo divertiti, quel gioco che faceva di noi amici particolari, costantemente in simpatica competizione, che non ha mai visto un vincitore, perchè anche in queste gare se uno rimaneva indietro gli altri lo aspettavano, facendo sempre in modo di arrivare tutti insieme, come sempre.

Solo una volta ci divisero, a Dicembre, quando cominciarono le licenze per tornare a casa dopo tre mesi in quell’inferno…………

Dicembre 1983

Eravamo nelle settimane che precedevano il Natale, le battaglie a Beirut erano furiose, costringendoci costantemente a turni forsennati.

Non avevamo orari e avevamo dimenticato la sequenza dei giorni, non c’erano sabati e domeniche, e a volte nemmeno turni di riposo.

In quel periodo, per noi c’era solo un’ altro giorno in cui dovevi uscire, sperando di farne ritorno senza conseguenze, sperando che al rientro avresti riposato magari pensando ai preparativi che stavano facendo a casa per le feste, immaginando le luminarie nelle strade, gli addobbi nelle case, e tua madre intenta a preparare il presepe, aggiungendo il bambino solamente allo scoccare della mezzanotte del ventiquattro dicembre.

In casa mia si faceva anche l’albero, con il puntale illuminato e la base avvolta da carta argentata che tanto faceva festa.

I regali, tutti in fila, destinati in ordine dal più piccolo al più grande, avvolti da carta colorata, ma stranamente immaginata, in quel frangente, tutta uguale.

Non riuscivo ad immaginare il colore Read more

Ottobre 2013

Dopo aver fumato il Narghilè ci addormentammo, così come facevamo a Beirut, ognuno con i propri pensieri, i propri sogni.

Gli stessi sogni che avevamo allora, con la sola differenza che adesso i nostri sogni non cominciavano più con “se torno da quel posto”.

Che strana sensazione ogni volta, è come vedessi noi mentre dormiamo, una visuale dall’alto.

Oramai tre uomini, uno vicino all’altro, alla continua ricerca dei 19 anni, senza averne festeggiato il compleanno, perchè presi a riportare a casa quella bandierina, cucita sul braccio sinistro, non avrebbe dovuto mancarne nessuna, per far fede a quella promessa fatta prima di partire, nel piazzale d’armi che tante volte ci aveva visto correre e metterci sull’attenti durante l’alzabandiera.

Anche a Beirut avevamo la nostra bandiera, situata davanti alle nostre tende, ormai scolorita dai raggi che nelle giornate di sole erano devastanti, con temperature mai sentite fino ad allora.

Ce ne prendevamo cura, il nostro paese ce l’aveva affidata e l’avremmo riportata a casa, riposta nel museo della caserma a testimonianza della prima missione effettuata dopo quasi 40 anni, dando inizio a tutte le altre che sarebbero seguite.

E’ così che ci addormentiamo ogni volta, dopo aver giocato a quel gioco che ci tiene uniti da sempre, dopo esserci presi a sberle, dopo avercene dette di tutti i colori, dopo che tante cose nella nostra vita sono cambiate non vedendo l’ora di ritrovarci per raccontarcele.

E’ proprio così che ogni anno io e i miei fratelli ci addormentiamo.

Dicembre 1983

L’ultimo dell’anno, i giorni precedenti passarono senza particolari problemi, qualche sparatoria ma di modesta portata sebbene preoccupante a chi non ne era abituato.

Quella notte la passammo scortando un capitano tra le vie della città, un pattugliamento che si faceva ogni notte, ed io ero con loro alla guida della jeep sostituendo l’autista in licenza.

Una nottata calma, illuminata dalla luna piena che faceva intravedere i monti in lontananza.

Ci recammo a Shatila, inoltrandoci all’interno del campo profughi, passando vicino alle baracche.

Attraverso le finestre, si potevano vedere le candele che illuminavano le stanze, erano le baracche di chi non aveva nulla, nemmeno la corrente elettrica per accendere una lampadina.

Nessun televisore, niente radio se non qualche libro intravisto su di un mobile attraverso quelle piccole finestrelle ormai senza un briciolo di vetro.

Qualcuno aveva acceso piccoli bracieri d’incenso,Read more

Ottobre 2013

Berto ha preparato il caffè che beviamo in cucina tutti e tre insieme.

Il tabellone del monopoli ancora aperto sul tavolino di fronte al camino, con tutte le pedine sulla stessa casella.

Non abbiamo mai giocato per vincere, forse abbiamo già vinto trent’anni fa.

Ci prepariamo per la partenza, il solito rito fatto di offese, schiaffoni e abbracci.

Michi sale sulla sua mini, salutandoci parte per Milano dove arriverà imprecando per quel maledetto traffico.

Saluto il Berto mettendomi il casco e accendendo Chatila. La mia moto fa un casino pazzesco la si sente da lontano. “ Ciao Berto ci vediamo alla prossima”
“ Ciao Espò, ci vediamo il 12 0ttobre”

Si ci vediamo il 12 ottobre, sapete per noi è un rito, un appuntamento fisso, da 30 anni lo facciamo.

Noi ogni 12 ottobre…… giochiamo a Monopoli.

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