Simeone Giovanni – Il periodo Luglio Dicembre

Racconto 2° parte

Buongiorno Veterani,

Come descritto nella prima parte del mio racconto io sono arrivato a Beirut il 19 maggio 1983. Sono stato subito inquadrato nel Plotone Genio Pionieri al comando del già Tenente Mario Rosati.

Le giornate trascorrevano intense e veloci, si lavorava duro dalla mattina alla sera ed a fine giornata, stanchi morti, avevamo ancora la voglia di ridere e scherzare ed organizzare cenette.

Eravamo forse gli unici a disporre della doccia senza andare nei camion doccia del battaglione logistico. Un lusso che molti del logistico ci invidiavano.

Ho avuto il privilegio di andare in vacanza 3 giorni a Larnaka (Cipro). Di questi 3 giorni 1 giorno e mezzo era impiegato di viaggio con la nave, quindi una volta sbarcati a Larnaka tutto il tempo rimanente era impiegato a divertirsi il più possibile. Ricordo che appena sbarcati, io ed alcuni commilitoni, abbiamo preso le camere al “Sun Hall Beach Hotel”, un Hotel a pochi metri dalla spiaggia. Di quella spiaggia ho visto poco o niente. Dopo esserci tolti i nostri abiti militari ci siamo vestiti da comuni ventenni, abbiamo affittato delle moto ed abbiamo girovagato per gran parte dell’isola. La giornata o meglio la serata si è conclusa in un night. A notte inoltrata ci siamo ritirati nelle stanze dell’albergo ma vi assicuro che non è stato per andare a dormire. Il giorno seguente era già ora di ripartire destinazione Beirut. Anche sulla nave tempo di dormire non c’è stato, la nottata è passata di nuovo a ridere scherzare e raccontarci le nostre avventure passate a Larnaka.

Arrivato a Beirut la musica era cambiata, mi accorgo che mi avevano rubato gli anfibi. Dopo pochi minuti di indagini (e di incazzature) i miei vecchi scarponi sono stati ritrovati e ritornati al mittente. Me li aveva sottratti un sottoufficiale che evidentemente era un cleptomane con particolare predilezione per gli anfibi, ne ho visti accatastati circa 50 paia. Anche il clima a Beirut sembrava essere cambiato, il fischio dei proiettili era sempre più vicino, i colpi di mortaio erano sempre più frequenti e vicini, i traccianti che illuminavano il cielo la sera e soprattutto la notte, erano sempre più numerosi.

Ma è stato a cominciare da fine luglio che abbiamo cominciato ad avere paura, quella vera. I colpi di mortaio ed i razzi katiuscia invece di sentirli fischiare ed esplodere nelle immediate vicinanze hanno cominciato a cadere dentro i nostri accampamenti. Addirittura un colpo di mortaio aveva colpito la Santa Barbara del Battaglione Folgore facendo esplodere tutte le munizioni. Noi del Plotone Genio siamo andati per ripristinare e bonificare l’area. Abbiamo visto motori dei CM scaraventati a decine di metri, solo per un miracolo non ci sono state vittime. Il miracolo si è ripetuto anche nel battaglione Logistico, preso di mira da colpi di mortaio ed i famigerati razzi katiuscia. Molti di questi proiettili hanno centrato tende poco prima occupate da miei commilitoni. La notte dovevamo scaraventarci giù dalla branda per andare a rifugiarci in posti più sicuri. Molti di noi si andavano a rifugiare dentro i bunker costruiti dal Plotone Genio. Ricordo una notte particolarmente critica che i nostri nomi erano diventati numeri, in modo da fare una conta più precisa dei presenti ed eventuali dispersi che per fortuna non ci sono stati. Ricordo come se fosse ieri i razzi illuminanti che rendevano visibile a giorno qualsiasi vasta area buia. Insomma la musica era veramente cambiata ed abbiamo imparato a convivere ed a muoverci in una realtà molto diversa e pericolosa.

Il lavoro del Plotone Genio si era intensificato per rendere più sicuri i vari battaglioni, si lavorava tanto. Viste le nostre intense fatiche la sera di sabato 22 ottobre il nostro comandante Mario Rosati ci aveva concesso di rimanere un poco di più in branda per la domenica mattina. Quella fatidica domenica mattina del 23 ottobre 1983 ero in branda come tutto il Plotone Genio. Ero già sveglio per abitudine è stavo contemplando il mio armadietto di tela con appiccicato il poster di Carmen Russo. Tutto ad un tratto l’armadietto di tela si è gonfiato fin quasi ad esplodere, pochi istanti dopo abbiamo sentito un botto tremendo ed assordante, un kamikaze aveva fatto esplodere la base Americana situata nella zona dell’aeroporto. L’esplosione è stata fortissima, il materiale esplosivo impiegato è stato classificato come il più potente esplosivo non nucleare mai creato. Pochissimi minuti dopo la stessa sorte è avvenuta per la base francese. Sembrava che un terzo camion bomba era destinato anche per il nostro contingente. A distanza di 30 anni si è saputo che il camion bomba c’era ma all’ultimo è stato deciso di non utilizzarlo per gli Italiani. Dopo qualche minuto abbiamo ricevuto l’ordine dal comandante del contingente, Generale Angioni, di andare a soccorrere con i mezzi del Genio i battaglioni Americani e Francesi. Il Tenente Mario Rosati ha organizzato 2 squadre, la prima al contingente Americano la seconda al contingente Francese. Io sono capitato al contingente Americano. Dopo circa 20/30 minuti dall’accaduto eravamo alle Barracks. Presumo che eravamo tra i primi del contingente Italiano ad essere sul posto. La scena che ci si è presentata era apocalittica. La palazzina di 4 piani ridotta ad un cumulo di macerie appiattite alta come una palazzina ad 1 piano. Oltre ad un tremendo odore del gas exogene che faceva irritare la pelle e soprattutto gli occhi era ben chiaro l’odore di carne bruciata. Si vedevano cadaveri dilaniati ovunque, alcuni appesi trafitti dal ferro del cemento armato, altri che affioravano dalle macerie, molti arti sparsi ovunque. Ho visto il Tenente Mario Rosati incazzarsi animatamente con i manovratori delle macchine movimento terra Libanesi che spalavano le macerie senza curarsi di chi ci poteva essere sotto ancora vivo. Ho visto sempre il mio comandante Mario Rosati, infilarsi sotto le macerie per tirare fuori qualche sopravvissuto. Tanti sono stati salvati come il nostro amico Jake Schneider ma tanti purtroppo non ce l’hanno fatta. Per 2 giorni e 2 notti consecutive ho lavorato ininterrottamente tra lo scavare con le mani e trasportare le macerie al vicino aeroporto. In questa tragedia immane un piccolo aneddoto divertente ci può stare. Ci si alternava alla guida dell’ASTRA per trasportare le macerie in fondo alla pista di rullaggio. Era notte fonda ed ero capomacchina del mio amico e commilitone Emanuele Guagliardo che era alla guida del mezzo. Emanuele mi fa notare dai specchi retrovisori che c’era qualcosa che penzolava dalle sponde dell’ASTRA. Pareva una gamba. Si muoveva al movimento del mezzo, sembrava viva. Non sapevamo che fare, la stanchezza, il buio pesto e la paura di fermarci in mezzo al nulla ci rendeva incapaci di decidere il da farsi. Ad un certo punto Emanuele era quasi intento ad azionare il comando di ribaltamento del cassone benché l’ASTRA era lanciato a tutta velocità con l’intento di scaricare in mezzo alla pista il contenuto del cassone ma poi quasi facendo un testa coda rientriamo alle Barracks, consegnammo il contenuto del cassone compresa la gamba e poi ci siamo concessi un po’ di cordiale e qualche minuto di riposo dentro una benna di un escavatore. Il bilancio degli attentati del 23 ottobre 1983 è stato di 241 Marines Americani e 58 Paracadutisti Francesi. Sono rientrato al Plotone Genio il 25 ottobre giorno del mio compleanno, forse quello che non scorderò mai.

Dopo l’attentato del 23 ottobre 1983 la situazione a Beirut è ulteriormente peggiorata, i combattimenti tra fazioni si sono intensificate. I Francesi hanno bombardato alcune postazioni di Hezbollah coni loro aerei gli Americani hanno fatto ugualmente con la portaerei New Jersey. Proprio in una notte che montavo di guardia ho assistito al bombardamento della New Jersey verso le montagne dello Shuf. Pazzesco.

Dopo poche settimane la mia permanenza a Beirut era terminata, mi dovevo congedare. Sono rientrato il 1 dicembre 1983, la situazione era ormai diventata molto pericolosa. Ricordo che il camion che ci doveva portare al porto per imbarcarci direzione Larnaka a dovuto trovare un momento di calma prima di uscire dal logistico.

Devo dire che a Beirut ho lasciato il cuore ma per fortuna ho ritrovato gran parte dei miei commilitoni ed ora siamo inseparabili amici.

Da questa esperienza dopo 32 anni è nata l’Associazione Veterani ITALCON. Come si dice… la storia continua!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *