Malfatti Mauro – La partenza per Beirut

Ricordo ancora molto chiaramente l’inizio della mia “avventura” a Beirut.

Il mio reparto di appartenenza era il 4° Gr.Sqd.Mecc. Genova Cavalleria, sito a Palmanova, in provincia di Udine.

Una mattina di inizio Ottobre, durante l’adunata, il comandante, dopo avere letto la consueta M.O.V.M. Del giorno e le motivazioni, informa tutti gli squadroni che dal Ministero della Difesa , per l’Esigenza “Libano 2”, viene richiesto personale coi seguenti incarichi: 54C, pilota carri, 18A autista generico, e 41 A, radiofonista conduttore.

Se c’era qualcuno disposto ad offrirsi come volontario, si presentasse subito in adunata, altra occasione era presentarsi al Comando nel pomeriggio. Questo mi dava l’opportunità che non riuscivo ad avere fino a quel momento per andare a Beirut, dato che ritenevo fosse il modo migliore per effettuare il servizio militare, facendo qualcosa di utile, e non rimanere fermo un anno in caserma.

Il primo ad uscire fu il comandante dello squadrone Mortai pesanti, che presentava la richiesta per il c.le Ettore Tamburini, genovese come me, al momento in licenza.

Subito dopo, insieme, si presewntarono altri 4 ragazzi, 3 dello squadrone comando e servizi:Ugo Gervasi, Paolo Guerra e Franco Massa, l’unico di cui ricordo la provenienza,Bra in provincia di Cuneo, tutti 18A, ed io, dal 2° squadrone, 41A

Nel pomeriggio altri 30 ragazzi circa si presentarono al comando per fare a loro volta richiesta.

Dopo circa una settimana, veniamo chiamati a rapporto e informati che siamo stati scelti solo noi cinque e nessun altro.

I 20 Ottobre veniamo aggregati alla casema Montello di Milano, dove rimarremo fino al momento della partenza, e equipaggiati ed armati.

La mattina del 23 , tramite il telegiornale, sappiamo degli attentati subiti dai paracadutisti francesi e dai marines.

Probabilente non eravamo in grado di capire completamente la gravità e l’impatto dell’accaduto, forse a causa dell’incoscenza dei 20 anni.

Dopo altri 2-3 giorni, e la sera saliamo sui pullman diretti a Pisa, dove arrivamo il mattino seguente molto presto e veniamo divisi in 2 gruppi, uno salirà su un C130, e l’altro, compresi noi, caricherà  e si imbarcherà su un G222. Ricordo che aveva le marche 46-23 e in seguito è caduto in Sardegna in attività antincendio.

Durante il viaggio facciamo tappa a Brindisi per far salire alcuni giornalisti.

Nel pomeriggio atterriamo a Beirut, scarichiamo gli aerei e saliamo sui CM in attesa. Uscendo dall’aeroporto, abbiamo il primo impatto con quella nuova realtà che ci aspettava vedendo i mezzi del Plotone Genio Pionieri all’opera dove sorgeva la caserma americana.

Arriviamo alla base e veniamo inquadrati e arringati da un capitano sul piazzale del btg logistico, e quindi assegnati ai vari reparti.

Ettore, in quanto pilota carri, rimane al logistico, sapremo poi che potremo vederci perchè saremo vicini, noi quattro andremo….al Plotone Genio!!

Stupore tra di noi, nessuno ha la minima idea dei compiti di un geniere.

Arriviamo  al Genio, veniamo inquadrati e i nostri nuovi comandanti il ten Mario Rosati e il s.m. Daniele Angelo Oliva ed informati che siamo li in base all’incarico, che ci qualifica, e assegnati alle varie camerette della palazzina che ci ospita.

La mattina successiva, in un certo senso, impreparati a tutto, veniamo “buttati nell’arena”.

La differenza sostanziale tra noi novellini e gli anziani, era lo sguardo. Pur essendo tutti molto giovani, tra i 18 e i 24 anni, lo sguardo dei nostri nuovi compagni era freddo, duro, determinato, noi smbravamo incompetenti, inadatti e fuori posto, perlomeno secondo il mio parere, ma io ho un a carattere piuttosto chiuso e riservato e ci metto molto a legare con gli altri.

Dicevamo, la mattina seguente andiamo ad aiutare, nel limite del possibile, nei lavori in corso a Base America, come ormai la chiamiamo. Salgo come capomacchina su un camion da cava Astra, l’autista è il c.le Marino Libralon di Padova, ragazzo molto taciturno.

Arriviamo sul posto e gli Astra vengono caricati dai mezzi movimento terra di macerie che dovremo scaricare lungo una delle piste dell’aeroporto.

Un’immagine che conservo nella mente, piuttosto surreale, è questa enorme massa di macerie e da queta un elmetto rimasto agganciato ad un tondino di ferro che sorge da un pezzo di cemento. Recuperiamo l’elmetto e lo portiamo con noi al plotone, come ricordo.

Riforniamo i mezzi, e i ragazzi anziani ci trattano alla pari, come se avessimo sempre fatto parte del gruppo. Devo dire di essere stato facilitato da quasi tutti, nell’ integrarmi. Forse qualche problema l’ho avuto con 2-3 persone, ma niente di veramente serio.Bene o male, siamo tutti in quella situazione.

Torniamo al nostro lavoro, riuscendo a far tirare il fiato e prendere un po’ di riposo a quelli che sono intervenuti subito, sia a Base America che presso la base dei parà francesi.

Ho con me la machina fotografica, e oltre alla pellicola montata ho altri 2 rullini, quindi, nei momenti adatti, scatto foto al posto e al personale nostro e americano che opera nell’area.

Collaboriamo insieme, e timidamente rispolvero l’inglese studiato a scuola, incerto e zoppicante, cominciando a parlare coi marines, i quali, grazie alla loro pazienza nel crcare di capire cosa volessi dire e parlandomi lentamente, mi aiutano a migliorare in poco tempo. Questa iniziativa permette di migliorare i rapporti già ottimi, e aiutarli in maniera ancora migliore.

Rientrano in goco i ragazzi che hanno potuto riposare , cosicchè anche noi pivelli possiamo  rallentare il ritmo, continuando i lavori di sgombero. Il pomeriggio del 2 Novembre, i lavori vengono considerati chiusi. Rientriamo tutti alla sede del Plotone , scambiandoci impressioni ed opinioni e faccio caso ad una piccola trasformazione che poi mi dicono abbia subito anche io: il nostro sguardo e quello degli anziani, è esattamente lo stesso.

Ripensandoci adesso, noi “libanesi” siamo migliori o peggiori di chi ha svolto il proprio Dovere rimanendo in Italia? No lo so e non lo potrei mai dire, sicuramente noi abbiamo subito una “ perdita dell’innocenza” più dura, e vediamo alcune cose in modo diverso.

Dopo più di 30 anni, grazie ai social, molti di noi si sono incontrati di nuovo, e con loro i nostri comandanti, e sembrava ci fossimo lasciati solo il giorno prima.

Personalmente, ho imparato molto grazie ai miei Amici, e a rispettare sempre gli altri.

Mio padre, a sua volta ufficiale, anche se della Marina, mi disse: il viaggio più lungo e pericoloso è quello che conduce in noi stessi. Ora, finalmente, son in grado di capire.

Poco tempo fa, su un libro, ho letto questa frase che mi ha colpito molto: “la tempesta era finita, ma le cicatrici non sarebbero mai sparite”.

Credo rappresenti esattamente la Missione e noi, che siamo quel che abbiamo fatto.

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